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Appello contro il riarmo: prime 100 firme di consiglieri toscani. C’è Bagni (Filo Rosso)

1 aprile 2025 | 12:13
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Appello contro il riarmo: prime 100 firme di consiglieri toscani. C’è Bagni (Filo Rosso)

Secondo i promotori occorre dire no all’economia di guerra che si sta promuovendo, a favore di un disarmo generalizzato

Primo 100 firmatari per un appello delle amministratrici e degli amministratori dei Comuni della Toscana contro la guerra. C’è anche Veronica Bagni di Filo Rosso a San Miniato.

“Come figure presenti all’interno delle amministrazioni locali – dicono – siamo il livello istituzionale più vicino ai bisogni della cittadinanza, in cui si offrono maggiori possibilità di ascolto e confronto diretto con chi ogni giorno vive il territorio. Per questo sentiamo la necessità di esprimere una profonda preoccupazione per il baratro in cui ci stanno portando i governi nazionali e l’Unione Europea. Ogni bilancio comunale presenta obblighi stringenti, spesso fatti di tagli e servizi privi di adeguate coperture. La scelta scellerata di rendere possibile la spesa militare fuori dai meccanismi di stabilità economica è lontana da quello che serve alla maggioranza delle persone ogni giorno, mentre evidentemente risponde ai grandi interessi economici e a chi trae profitto dall’industria bellica”.

“In un contesto sociale sempre più frammentato, in cui i tagli a scuola e sanità vanno di pari passo con la precarizzazione e l’impoverimento del mondo del lavoro, in cui le giovani generazioni si trovano a fronteggiare un futuro di crisi ecologica e sociale, la svolta guerrafondaia di questa Unione Europea è coerente con una gestione del potere che negli ultimi decenni si è fatta sempre meno democratica e sempre più al servizio dei grandi soggetti economici. Improvvisamente, le politiche di austerity, il pareggio di bilancio in costituzione, tutti gli imperativi categorici che hanno giustificato i tagli al welfare e agli enti locali e che hanno sgretolato le nostre comunità, impoverendole e svuotandole di partecipazione e di voce, sono messi da parte. I soldi magicamente appaiono: 800 miliardi (presi anche da quei fondi che dovrebbero proprio servire al welfare) per riarmare gli stati dell’Unione. O per meglio dire, per armare di più. Perché la spesa bellica degli stati europei è in aumento da anni”.

E le politiche securitarie, repressive e antidemocratiche del governo italiano sono la logica conseguenza di questo clima di riarmo generalizzato – proseguono i firmatari – in tempi di guerra, il controllo democratico sulle istituzioni va limitato, il diritto di parola silenziato e il dissenso nascosto.  Anche le azioni di contrasto alla crisi climatica sono trattate come un inutile ostacolo: se in Italia si propone di togliere i vincoli ambientali alle infrastrutture militari, l’Unione Europea ci ha già pensato, togliendo gran parte dei vincoli all’agire delle grandi industrie che erano contenuti nel Green Deal. Nel frattempo i vincoli di bilancio restano per la prevenzione degli effetti nefasti del cambiamento climatico, limitando gli investimenti contro il dissesto idrogeologico di cui ci sarebbe bisogno. Non abbiamo bisogno di più armi, di più basi militari o di più eserciti per difenderci da una fantomatica invasione Russa. Abbiamo invece bisogno di soldi per finanziare il diritto alla casa, alla sanità, all’istruzione, agli enti locali che in questi decenni sono stati strangolati dai tagli e dai vincoli del patto di stabilità. Abbiamo bisogno di investimenti per ricostruire e fare ripartire un tessuto economico-produttivo messo in crisi, appunto, dalla guerra e dalla chiusura nei confronti di buona parte del mondo. L’Europa di oggi propone di costruire una economia di guerra che invece farà arricchire soltanto chi produce armi (spesso statunitensi) e che porterà ancora di più ad un impoverimento della maggioranza della popolazione e ad una maggior riduzione dello stato sociale, a vantaggio dei grandi fondi speculativi (anche questi, spesso americani)”.

Diciamo sì al disarmo generalizzato, alla pace tra i popoli, al multipolarismo, ad uno stato sociale più avanzato e capace di garantire risposte ai bisogni reali – concludono – Diciamo no all’economia di guerra, alla ricchezza in mano a una ristretta minoranza, alla militarizzazione dei territori. È necessario che i Comuni siano i primi ad opporsi a questa politica di riarmo e di escalation bellica, rifiutando la logica della militarizzazione del territorio e del finanziamento all’industria bellica. L’alternativa è tra sostenere una economia di pace o una economia di guerra, fra la partecipazione e la democrazia o l’autoritarismo e il segreto militare. Riteniamo che le Città possano essere luogo in cui aumentare i percorsi di incontro tra i movimenti per la pace e di solidarietà internazionale, per convergere in ogni appuntamento nazionale ed europeo assolutamente necessario e urgente. La denuncia di quanto succede intorno alle basi militari (a partire da quelle statunitensi e della Nato) vede tante comunità da tempo attive su questo. Convergere è una necessità, come alternativa a quelle sindache e a quei sindaci che invece scendono in piazza per chiedere risposte legate alla difesa militare”.

Per aderire: incomuneperlapace@gmail.com